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Stroller running: la nuova sfida di Anna Katia Di Sessa

Posted byGianluca Palladino - Babyrun Project on 02.09.19

Una storia di stroller running che questa volta arriva dal Sud Italia: Capaccio Paestum, provincia di Salerno. La storia di Anna Katia Di Sessa (qui il suo sito internet): 41 anni, mamma della piccola Sophia (2 anni), moglie, consulente, formatrice, scrittrice. La storia di una donna che nella gratitudine ha trovato la parola d’ordine per far spiccare il volo alla propria esistenza; la storia di un’amante dello sport che nella corsa ha scoperto una straordinaria metafora della vita.

La storia, infine, di una madre cui lo stroller running ha aperto la strada verso un nuovo obiettivo: tagliare il traguardo di una gara podistica spingendo la figlioletta in passeggino.

Moglie, mamma, consulente, scrittrice, sportiva: nel giro di pochi anni hai impresso un colpo d’acceleratore alla tua vita. Qual è stato il momento della svolta?

Momenti di svolta nella vita ne ho vissuti diversi e credo siano da attribuire proprio alla mia caratteristica multipotenzialità: un termine che ho scoperto essere stato riportato alla ribalta dalla coach Emilie Wapnick , in un suo intervento al Ted nel 2015 intitolato Perché alcuni di noi non hanno un’unica vera vocazione. Secondo la coach, “multipotenziale è una persona che ha molti interessi e attività creative nella vita”.

Credo che una persona come me che ha tali caratteristiche abbia bisogno di vivere esperienze in vari settori di studio e lavorativi, per poi comprendere quale missione portare avanti con maggiore entusiasmo. Ed è proprio quando arriva il calo di entusiasmo che arriva il momento di svolta.

Fondamentalmente, quello che mi ha spinta, e continua a spingermi a ricercare nuove esperienze, è il forte desiderio di mettermi continuamente in gioco perché sono molto curiosa della vita. Quando raggiungo un traguardo, per me rappresenta un punto di arrivo e, nello stesso tempo, un punto di ripartenza verso nuove mete.

Non credo sia una questione esclusivamente di ambizione: è più che altro una forte passione nei confronti delle possibilità che la vita può offrire, se solo siamo disposti a darci da fare. La verità è che possiamo davvero realizzare tutto ciò che desideriamo e che i limiti sono quelli che poniamo noi stessi. Ed è stata proprio questa acquisita consapevolezza, frutto di studi extra rispetto a quelli accademici canonici, che mi spinge a intraprendere anche nuovi cammini di studio e/o professionali.

In tal senso, uno dei momenti di svolta è stato intraprendere un master di formazione per Formatori con la Max Formisano Training. Da lì ho iniziato ad appassionarmi alla crescita personale, ai temi legati alla comunicazione efficace, all’autostima e , con il tempo, è nato anche il mio desiderio di trasformare questa passione nella mia professione, lasciandomi alle spalle gli studi giuridici e tante altre esperienze professionali.

Che ruolo ha avuto lo sport in questo tuo percorso?

Fin da ragazza sono sempre stata amante del movimento all’aria aperta. Tra gli sport che preferivo ricordo la pallavolo e l’atletica che praticavo ai tempi delle scuole medie.

Poi, mi fu diagnosticata una patologia al cuore che mi impediva di praticare attività sportiva. Per me fu un duro colpo. Ricordo di aver iniziato a frequentare una squadra di pallavolo femminile come alzatrice. Ma quel problema mi impediva di andare sotto-sforzo e quindi lasciai completamente andare il mio sogno sportivo e mi buttai a capofitto nello studio.

Per molti anni non ho praticato alcuno sport. Poi ho ripreso con l’aerobica, per qualche anno anche pesistica in palestra. Ma sentivo che non erano proprio attività congeniali alla mie caratteristiche. Mi sono appassionata alle arti marziali e, poiché la palestra che frequentavo era circondata da un ampio spazio verde, prima di ogni allenamento, ne approfittavo per una corsa di riscaldamento.

Man mano che passava il tempo, amavo sempre di più questo mio appuntamento con la corsa. Poi, durante un allenamento, mi sono infortunata e, per circa due mesi, per una frattura ho dovuto osservare riposo assoluto. Sono stata fortunata e non ho dovuto affrontare interventi. Tuttavia, dopo il periodo di stop, i muscoli erano da riallenare. Così, anche se è stato poco semplice, ho iniziato a camminare e poi, dopo la visita medico-sportiva, ho avuto l’ok per intraprendere un nuovo progetto sportivo, e mi sono iscritta ad una squadra podistica (la Cilento Run) in quanto considero importante circondarsi di persone che abbiano le mie stesse passioni e che siano una ispirazione quotidiana a migliorarmi.

Con il tempo giusto per me ho iniziato a presentarmi alle prime gare, senza interessarmi ai chili in più da smaltire (perché intanto durante la fase di convalescenza avevo messo su peso) o alle prestazioni degli altri.

Poi, hai scoperto che sarebbe arrivata la tua piccola: la gravidanza come ha modificato i tuoi ritmi di allenamento?

Dopo essere riuscita a portare a termine le mie prime gare sui 10 km, desideravo migliorare le mie prestazioni sul tempo. Invece iniziavo a sentirmi più lenta e mio marito, preoccupato per la situazione, iniziò a chiedermi di effettuare un controllo medico. Prima di allarmarmi troppo, poiché stavamo cercando di diventare genitori, decisi di fare semplicemente le analisi. E indovina un po’? Il mio essere diventata più lenta era semplicemente dovuto al fatto che ero incinta.

Così chiesi al mio medico se potessi continuare la mia attività sportiva e lui risposa: “Sei incinta, non malata”.

Purtroppo però stavo per fare i conti con un altro momento di svolta. Dopo qualche settimana dalla notizia, ho iniziato a sentirmi sempre più stanca fino ad arrivare al punto da non avere neanche la forza di stare in piedi.

Fu circa verso il terzo mese di gravidanza che ricevetti una chiamata della mia amica ostetrica alla quale confidai il mio stato del momento. Mi disse “devi assolutamente venire a farti un controllo, i dolori che hai non rientrano tra quelli che tu stai definendo normali”. Il giorno dopo scoprii di aver avuto le prime minacce di aborto e dovetti completamente sospendere ogni tipo di movimento perché la mia si era trasformata in una gravidanza a rischio.

Comunque non mi sono lasciata andare allo sconforto iniziale, perché conoscevo benissimo il ruolo fondamentale che avrebbe avuto il mio atteggiamento mentale in quella situazione. Dunque in quei primi mesi di stop completo ho pensato di comportarmi come aveva fatto uno dei miei idoli delle arti marziali, in seguito ad un incidente che lo aveva costretto a letto per un lungo periodo. Proprio come Bruce Lee, ho continuato ad allenarmi mentalmente.

Immaginavo addirittura me all’arrivo, dopo le gare, stanca ma felice di riabbracciare la mia bambina (già perché nel frattempo avevamo scoperto anche di aspettare una bimba). Ed è stato così fino a quando ho potuto rimettermi in piedi e riprendere con le mie camminate, anche con una connotazione meditativa, sempre accompagnata dal mio cagnolino Billy Zen. Infatti le ho chiamate le camminate della gratitudine, in linea con i temi legati ai libri che ho scritto e a quello che oramai è diventato per me uno stile di vita.

Mi riferisco appunto alla pratica della gratitudine, e non a caso ho sempre affermato che la gravidanza è stato il periodo di allenamento alla gratitudine più profondo che abbia mai fatto. Spero che la mia storia possa rappresentare un’ispirazione anche per le altre future mamme che si trovano adesso da affrontare una delle fasi più delicate e bellissime della vita di una donna.

Dico loro la stessa cosa che disse il mio medico a me “sei incinta e non sei malata”. Naturalmente l’invito è sicuramente alla prudenza, ma anche a godersi a pieno il periodo, assecondando i ritmi, forse più lenti, del corpo e ascoltandosi con una maggiore consapevolezza.

Quando ti sei riavvicinata al running?

Ammetto che non mi aspettavo di impiegare tanti mesi per riprendermi dal parto e ricominciare a correre. C’erano tanti chili da smaltire e tante paure da riaffrontare. E anche la mancanza di sonno protratta per mesi ha avuto la sua rilevanza. In pratica, dopo due anni, mi sono ritrovata a partire da zero.

Così come avevo imparato in gravidanza, ho accettato il fatto di dover rallentare ed ho ascoltato i segnali del mio corpo. Poi, con il tempo, dalle camminate sono passata alla corsa. Prima pochi minuti, poi alcune ripetizioni.

Ricordo ancora i primi allenamenti. Sentivo l’addome in subbuglio, quasi come se gli organi ancora non fossero ritornati al loro posto. Ma è stato proprio grazie alle prime corse in solitaria che ho imparato a prendermi del tempo solo per me e per le mie passioni, sebbene, in tutto questo, anche le uscite con il passeggino si sono conciliate perfettamente con le nostre esigenze. Da una parte c’era la bambina che naturalmente voleva stare più tempo possibile con me, dall’altra il mio desiderio di tenerla con me, di farla sentire al sicuro.

Quindi sono stati belli entrambi: sia gli allenamenti con il passeggino, sia quelli da sola con i miei pensieri e le mie sensazioni.

E la corsa è diventata nuovamente metafora di vita…

Il 2018 è stato l’anno in cui ho cercato di impegnarmi al massimo delle mie possibilità per raggiungere uno degli obiettivi che desideravo realizzare come mamma-runner: tagliare il traguardo di una mezza maratona.

Correre per me è una attività molto importante anche perché rappresenta una sorta di rivincita nei confronti di quella patologia che da ragazzina mi precluse di praticare attività sportiva a livello agonistico. Ci rimasi talmente male che negli anni non ho mai pensato di riprovare, nonostante la patologia al cuore fosse ormai scomparsa con la crescita. Quindi partecipare ad una gara per me è davvero una grande metafora di vita e durante questo anno ho imparato a correre sotto la pioggia, con il caldo asfissiante, con il vento.

Non esistono più circostanze climatiche in grado di fermarmi. Ed è così anche per gli obiettivi della vita. Una volta che fissi il tuo obiettivo, sei determinata, hai chiaro davanti a te il tuo traguardo, trovi la strada e affronti anche gli eventuali imprevisti. L’importante è andare avanti, dritti sul percorso, un passo dopo l’altro.

Man mano che il corpo e, soprattutto, la mente cambiano, prendendo dimestichezza con le nuove abitudini, arriva il momento di fare il grande salto anche con la corsa. E devi restare sintonizzato sul tuo perché, altrimenti arriveranno talmente tanti impedimenti, scuse, lamentele, ad interrompere il cammino che sarai spesso tentato di abbandonare.

Ed è qui che il gioco si fa duro; è qui che la gratitudine entra in gioco, supportando proprio quel collegamento con il perché, con ciò che il cuore ha considerato essere il meglio per te.

Quando stai per mollare tutto, appaiono davanti ai tuoi occhi i volti delle persone a cui essere grata perché credono in te e ti spingono a fare e a dare del tuo meglio. Quando stai per mollare tutto, rivedi te stessa/o a negli sforzi che hai compiuto fino a quel momento. Quando stai per mollare tutto, c’è una vocina interiore che ti dice: “Che tipo di persona vuoi essere agli occhi di tua figlia? Una pappamolle?”

Quando stai per mollare tutto, devi dare ascolto a quella voce che ti dice: “Tu adesso resti qui. Arrivi fino al traguardo e festeggi“. Tante volte, anche durante le gare mi è capitato di sentire una voce interiore che tentava di sabotarmi, perché in fondo credevo di non meritarlo.

La corsa mi ha messa alla prova e mi ha aiutata ad allenare, attraverso il corpo, la mia capacità di “andare oltre”.

Hai portato a termine con successo questa tua sfida con te stessa?

Se sono andata oltre i miei 10 km? Sì! Ho raggiunto il traguardo, dopo 21,097 km, la mia prima mezza-maratona, con un carico di emozioni che ricorderò per tutta la vita, ed è stato grazie al mio desiderio di portare a compimento la mia impresa, di raggiungere la mia bambina che mi attendeva al traguardo col papà, che ho avuto anche un coraggio enorme durante la gara.

Già, coraggio. Perché tra gli imprevisti che possono capitare in gara non ci sono soltanto scarpe slacciate, crampi, o ginocchia che danno segni di cedimento, ma, talvolta, perfino nidi di vespe. E se sei allergica come me, davvero non ti sembra una barzelletta. Durante la mia prima mezza-maratona, la paura di essere punta è stata grande. Non ho mai visto tanti nidi di vespe tutti insieme. Ma la voglia di ricevere la mia medaglia sotto gli occhi della mia bambina è stata più grande della paura!

Quale insegnamento ne hai tratto?

Che nel running, così come nella vita, ci sono e ci saranno sempre sfide, circostanze che si frappongono tra noi e i nostri obiettivi. Sta a noi la scelta. Possiamo restare piccoli e lamentarci oppure andare oltre e diventare più grandi delle circostanze (io non uso la parola “problemi”).

Io ho fatto la mia scelta e continuo ogni giorno a mettermi in discussione. E adesso la mia nuova sfida è proprio una competizione col passeggino, anche per far vivere esperienze di vita sportiva alla mia bambina, affinché lei stessa possa fare le sue, magari traendo ispirazione anche dalle piccole e grandi imprese della sua mamma-runner.

Stroller running, quindi: quando e come hai scoperto questa disciplina?

Partiamo dal passeggino sportivo, che non è stata una mia scelta ma un dono strepitoso da parte di mia sorella Maria. Ricordo ancora la telefonata in cui mi preannunciò di aver trovato “il regalo ideale per te, per quando vorrai tornare in forma dopo il parto“.

In quel momento il post-parto mi sembrava un periodo così lontano che non riuscivo ancora a visualizzare quali esigenze sarebbero sorte, proprio perché ho imparato a vivere molto nel presente. Invece mia sorella, che è tra le persone che mi conoscono meglio al mondo, è stata più lungimirante di me in quella situazione. Mi disse: “Tu non sei di certo fatta per stare tutto il giorno in casa, e di certo non lo farai nemmeno con una bambina piccola”. Era la verità.

Dopo un primo periodo in cui ho preferito portare la bambina in fascia, anche nelle passeggiate, ho poi usato quasi subito quel passeggino, che rispetto alla bambina si presentava davvero come un “Gigante a tre ruote”. L’ho utilizzato anche con un riduttore finché la bimba era piccina.

Ho iniziato a correre col passeggino quasi per caso. Diciamo che è stato un po’ come se le mie gambe me lo avessero richiesto, durante una uscita in cui la bambina aveva iniziato a dormire profondamente. Mi sono detta “Se puoi camminare velocemente, forse puoi anche correre”, ed è stato così.

E ho continuato a farlo, nonostante tante volte mi sia sentita giudicata o presa in giro dai passanti.

La tua esperienza conferma quindi la diffidenza che c’è ancora in Italia nei confronti dello stroller running?

Ognuno che incrociavo aveva la sua da dire, e non so perché si sentisse in diritto di farlo. I passanti, ma anche alcuni familiari, hanno spesso fatto considerazioni che hanno lasciato il tempo che trovavano: “Dove vai con questa bambina? Dove la porti? Non vedi che oggi c’è troppo vento? Oppure c’è troppo sole? Oppure c’è la pioggia? Addirittura corri con lei nel passeggino? Ma non è pericoloso? Se la perdi?”

A volte ho pensato che tanti dimenticassero che nonostante avessi una bambina di pochi mesi, io comunque avevo i miei 40 anni alle spalle e, forse, tanto sprovveduta non sono. In ogni caso, ho sempre sorriso e sono andata avanti per la mia strada, ascoltando il mio istinto e, soprattutto, le reazioni della mia bambina.

Come ha vissuto quest’esperienza la tua piccola?

Nel primo anno di vita della bambina, mi sono allenata con lei in passeggino anche due volte a settimana, e quotidianamente non ci è mai mancata la nostra passeggiata. Siamo sempre tornate a casa sane e salve, anche con il cagnolino al guinzaglio, e ci siamo anche divertite moltissimo!

Infatti, quando dico “Mamma adesso inizia a fare corri-corri”, la mia piccolina si mette ben puntata sulla schiena e si regge con le manine al maniglione anteriore: è partecipe e si diverte, e questo per me è bellissimo.

Adesso, quando incrocio lo sguardo di qualche passante curioso o preoccupato, colgo l’occasione per rassicurarli che, una volta fissato il bambino alle cinture di sicurezza di cui ogni passeggino è dotato, ogni mamma ed ogni papà, anche se corrono, continuano ad avere a cuore la propria vita e quella del bambino che portano in giro.

A questo punto non ti resta che lo step successivo: partecipare a una gara podistica spingendo il passeggino!

Fino a qualche settimana fa, non ho mai immaginato che ci fosse tale possibilità. Poi, durante una delle mie ricerche su internet, ho scoperto Babyrun. Prima ho visitato la pagina Facebook e poi ho letto le storie di altre mamme e papà. Anzi, ho letto le storie di mamme e di papà che sono veramente dei runner straordinari. E mi sono sentita “normale”.

Innanzitutto mi piacerebbe tantissimo correre una gara con il passeggino, e ad oggi sono riuscita a sapere che il 7 di aprile per la manifestazione podistica Salerno Corre, potrei prendere parte con il passeggino, nella sezione non competitiva. E poi, sarebbe bello entrare nella vostra squadra (il Babyrun Stroller Running Team, ndr.) confrontarmi maggiormente con questa realtà, crescere come mamma-runner e, magari - perché no? - essere anche di ispirazione per altre mamme!

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Category: Personaggio del mese Tags: allenarsi in gravidanza, correre con passeggino, genitori con passeggino, mamma con passeggino, mom pushing stroller, stroller running

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