Per una come lei, abituata a macinare ogni anno migliaia di chilometri con le scarpette da running ai piedi. Per una come lei, che ad aprile 2018 ha corso tre maratone in un mese, “Tanto che dopo l’arrivo dell’ultima mi hanno fatto perfino l’antidoping”, racconta sorridendo.
Per una come lei, che ha nel palmares tempi ragguardevoli, podi, piazzamenti, ma anche tante gare portate a termine per il solo piacere di accompagnare podisti meno esperti e far loro vivere l’emozione del traguardo. Per una come lei,che ha praticato sport fino al nono mese di gravidanza e poi, da quando è diventata mamma, 3 anni fa, ha iniziato a correre anche con il passeggino, portando con sé il figlioletto Nathan in quasi tutti gli allenamenti quotidiani.
Per una, insomma, come la padovana Serena Banzato, 34 anni, tesserata della Passo Capponi ASD, psicologa infantile, educatrice al nido e prossima alla laurea in psicoterapia, quel Cammino di Santiago, intrapreso il 10 agosto con la compagna Laura dopo averlo sognato per una vita intera, doveva essere poco più di una passeggiata. Invece, il suo pellegrinaggio si è trasformato in un calvario: in uno spaventoso incubo che ha messo a repentaglio la sua vita e del quale oggi, a un mese e mezzo di distanza, porta sulla pelle e nella carne danni e ferite che ancora non sa se e come si potranno mai rimarginare.
Tutta colpa di una banalissima vescica ad un piede, fatalmente infettata da un batterio che provoca la fascite necrotizzante e che, in 7 casi su dieci, conduce il paziente alla morte nel giro di pochissimi giorni.
Serena, forgiata da anni di sport e da una fede incrollabile, ne è uscita viva. Ma sta pagando un prezzo alto, altissimo. Eppure, ciò che traspare dalle sue parole non è la disperazione per una gamba che ha rischiato di vedersi amputare e che oggi è martoriata fino al ginocchio e oltre. Non è la consapevolezza che tornare alle sue amate gare podistiche, ad ora, è poco più che un miraggio. Non è la rabbia per quel destino infame che si è accanito contro una ragazza bella, atletica, entusiasta della vita. Non è nemmeno la sofferenza per il dolore lancinante, le terapie, gli interventi chirurgici con i quali è costretta ogni giorno a fare i conti.
Ciò che più di ogni altra cosa emerge dal suo racconto è la speranza. La voglia di ripartire. Il sogno di poter riprendere, un giorno, il Cammino di Santiago laddove lo ha interrotto suo malgrado; di portarlo a termine, magari sulle sue gambe. E nel frattempo, di esserci, per il suo piccolo e per la sua compagna. Di laurearsi il prossimo ottobre, e poi di prendere la specializzazione. Di correre tutte le gare che le sarà possibile, sfrecciando su quella carrozzella leggera le cui ruote, oggi, fanno le veci dei suoi piedi.
Il desiderio di riappropriarsi di quella vita che è andata a un soffio dal perdere; di quella vita che non sarà più quella di prima; di quella vita che però è comunque vita, e della quale ringrazia Dio.
Questa è Serena. E questa è la sua storia, che ha accettato di raccontare a Babyrun.it.
Serena, partiamo da quello che tutti si chiedono: come stai?
Fisicamente sono senza dubbio provata. Ho subito quattro interventi chirurgici in poco più di un mese, e ora sono in attesa del quinto. Praticamente non muovo il piede. Il tallone non risponde. La gamba è letteralmente distrutta, sono piena di punti ovunque, e la prima operazione di innesto di pelle non è andata bene, proprio perché i tessuti sono molto fragili. A tutto questo si aggiunge il dolore per le terapie. E si sommano le difficoltà degli spostamenti in carrozzella; dell’affrontare quelle barriere architettoniche che solo quando sei costretto a superarle capisci quale ostacolo rappresentino per un disabile; della mobilità ridotta che una persona come me, che è sempre stata estremamente indipendente, non può non patire.
Ma non voglio che dal mio racconto traspaia vittimismo. E nemmeno voglio passare le mie giornate a chiedermi perché mi sia accaduto tutto questo. Innanzitutto, ho un bambino piccolo, e non posso mollare di un centimetro. E poi, sono convinta che proprio quando ti succedono queste cose, esce la grinta del vero runner. Non dico che non mi abbatterò mai, che non ci siano e che non ci saranno momenti di crollo. Ma compatirmi, o essere compatita, non cambierà le cose e non mi aiuterà.
Quale che sia, mi è stata data una seconda occasione. Voglio viverla in maniera positiva. Senza la pretesa di insegnare niente a nessuno, ma con la consapevolezza che la mia storia potrebbe aiutare indirettamente tante altre persone a non dare niente per scontato. E con la certezza che l’affetto di Nathan, di Laura, della mia famiglia, degli amici runner, dei tanti che in mille modi, di persona o sui social, mi sono vicini, mi daranno un’ulteriore carica per affrontare e superare una prova tanto dura quanto inimmaginabile fino a nemmeno due mesi fa.
Torniamo a quel 10 agosto, quando tu e Laura siete partite da Gijón per la vostra prima tappa lungo il Cammino del nord. Quale era il tuo spirito?
Ero letteralmente al settimo cielo. Percorrere il Cammino di Santiago era uno dei miei due sogni (l’altro, portare a termine i 100 km del Passatore, avevo in programma di realizzarlo nel 2019). Quindi, potete immaginare la mia gioia quando Laura mi ha regalato il biglietto aereo per un pellegrinaggio che ci avrebbe condotte fino a Santiago e poi a Finisterre: “la fine del mondo”, il tramonto sull’oceano, l’ultima tappa prevista del nostro viaggio.
Avevo un unico grande rammarico: quello di dovermi separare, per la prima volta, e per tanti giorni, da Nathan. Ma sapevo che l’avrei lasciato nelle ottime mani di mia mamma e dei miei fratelli. E che comunque un’esperienza così profonda di fede avrebbe fatto bene a tutta la famiglia.
Questo è lo spirito con cui ho intrapreso la prima tappa, fino ad Avilés. E poi le successive. A differenza di Laura, che è meno allenata e che patisce ancora i postumi di un vecchio intervento al ginocchio, io mi sentivo carica e in gran forma, tanto che dopo i 30 km quotidiani di marcia, mentre lei si riposava in ostello, io andavo ancora a correre per conoscere meglio le città che ci avrebbero ospitato. Gli altri pellegrini mi chiamavano “Loca”, matta!
Poi, all’improvviso, l’appuntamento con il destino. E tutto cambia.
Dopo qualche giorno, e con più di 150 chilometri già alle spalle, mi è venuta una banale vescica sul tallone del piede sinistro. Anche Laura ne aveva, così come praticamente tutti i pellegrini: è la cosa più normale del mondo quando si percorrono a piedi tali distanze. Farmacia, disinfettante, cerotti medici e via. Ma all’indomani, quando mi rimetto in marcia, non va affatto bene. Mi sento debole, stanca, accaldata. Laura mi fa sollevare le gambe. Ci imbattiamo in un medico che sta facendo anche lui il pellegrinaggio. Dice che sono “mucho caliente”: in sostanza, che ho una febbre da cavallo, e che sarebbe meglio farmi dare un’occhiata. Io penso si tratti solo di febbre da stanchezza, Altri chilometri e arrivo in ostello, dove non ho nemmeno la forza di lavarmi. Mi arrotolo nel sacco a pelo e crollo.
La mattina dopo mi sveglio, ma non mi sento al top. Curo la vescica, e noto che ho anche un gonfiore alla caviglia. Però lo imputo al fatto di aver magari tenuto una postura sbagliata proprio a causa del dolore. Metto i sandali per far arieggiare il piede e riparto. Le mie condizioni, tuttavia, peggiorano. Inizio ad avere vista annebbiata, nausea. Mi trascino letteralmente lungo i 25 chilometri della tappa, e quando arriviamo all’ostello di Baamonde, non essendovi un dottore in zona, Laura mi accompagna prima in farmacia e poi, in taxi, fino a un piccolo centro medico a una ventina di chilometri da lì. Inizialmente, i due anziani medici vorrebbero optare per un semplice antibiotico. Quando però mi toccano la caviglia, e io urlo dal dolore, capiscono che occorre un trasferimento urgente in ospedale: quello di Lugo.
E proprio a Lugo, in breve, la situazione precipita…
È un venerdì sera di metà agosto, il personale è ridotto, e in più ci troviamo in Galizia, dove parlano un dialetto non troppo simile allo spagnolo. Il medico che mi visita mi tranquillizza: secondo lui si tratta di una semplice infezione, che sarebbe passata con un paio di giorni di antibiotico, tanto che non serviva nemmeno disdire il volo di rientro in Italia.
Dopo due giorni, però, la situazione è tutt’altro che migliorata: la mia gamba è nera, gonfia fino al ginocchio, piena di bolle. I dolori sono lancinanti. E qui spunta una sorta di angelo: è la caposala Ana, che letteralmente grida al medico che le mie condizioni stanno precipitando e che bisogna fare qualcosa al più presto. Quel qualcosa è una TAC con liquido di contrasto. Io forse nemmeno allora mi rendo conto fino in fondo di cosa stia accadendo, tanto che telefono a casa, in Italia, per comunicare che il viaggio era saltato, ma che saremmo comunque arrivate a Compostela in taxi, per ritirare la pergamena che si dà ai pellegrini che hanno percorso almeno 100 chilometri, e poi tornate in volo.
Invece, dalla TAC arriva la più tremenda delle sentenze.
Uscita dalla TAC, con la febbre ancora oltre i 39, mi trovo attorniata da una decina di medici. Mi dicono senza mezzi termini che la mia ferita è stata infettata da un batterio gravissimo (il cosiddetto batterio mangiacarne, ndr.). Che sono rimaste non più di un paio d’ore per provare a intervenire. Che l’operazione sarebbe stata delicata ed estremamente rischiosa, non solo per la mia gamba, ma per la mia stessa vita. E che mi consigliavano di chiamare casa prima di entrare in sala operatoria.
Per me e per Laura è un shock indescrivibile. Ho appena il tempo di telefonare a mia mamma, in Italia. Ma ho ancora quel minimo di lucidità per chiedere di firmare la liberatoria all’amputazione: non me ne frega niente di perdere una gamba, io voglio e devo tornare da Nathan. Mentre mi portano verso la sala operatoria, l’ultima cosa che sento sono le parole di Laura, la promessa di una vita insieme… Poi il buio, il nulla.
Pur in quello stato di semi-incoscienza hai compreso che avresti anche potuto non risvegliarti dall’intervento?
Assolutamente sì. È una delle poche cose che ho capito chiaramente. E infatti, quando dopo molte ore riapro gli occhi, sono la donna più felice del mondo. Inizialmente non guardo nemmeno se ho ancora la gamba. Pazienza maratone, medaglie, corse. Sono viva. Poi, però, ancora stordita dall’anestesia, vedo una fasciatura: anche la mia gamba è ancora lì!
Presto, però, la gioia lascia il posto ad un tremendo calvario
Inizio quasi subito ad avvertire un dolore indescrivibile, allucinante. Per liberarmi dall’infezione, i chirurghi hanno dovuto scavare a fondo. Praticamente non ho più la caviglia. Ma il batterio deve essere ancora in circolo, e la fascite necrotizzante avanza. Segue un secondo intervento, dove mi tolgono tessuto anche da quel polpaccio appena tatuato per ricordare mio papà che non c’è più. E poi ancora un’operazione: la terza in pochissimi giorni.
E il danno fisico non è tutto. Come ho raccontato sul mio profilo Facebook, ci sono le medicazioni a crudo sulla pelle viva; c’è una gamba da lasciare aperta; ci sono le notti trascorse ad urlare, con Laura che mi stringe e con la morfina e l’epidurale che alleviano solo in piccola parte la sofferenza. E c’è, ovviamente, la paura per il domani, per quanto potrà accadere.
È a questo punto che decidi di fare di tutto per tornare in Italia?
Quando i medici hanno iniziato a dire che avevo bisogno di continue trasfusioni, ho chiesto di poter tornare in Italia, e ci sono riuscita grazie alla catena di supporto messa in piedi dalla mia famiglia. Dopo 11 giorni, ho salutato i sanitari dell’ospedale spagnolo, la caposala Ana che probabilmente mi ha salvato la vita, le infermiere che mi sono state vicine, gli studenti in medicina per cui in pratica ero diventata un “manuale vivente”. Mi sono imbarcata su un aereo per una sorta di volo della speranza. E dopo 5 durissime ore di viaggio e altri due trasporti in ambulanza, sono arrivata al Policlinico di Padova, dove sono rimasta ricoverata una decina di giorni al reparto Infettivi, prima di essere trasferita al blocco di Chirurgia plastica.
Qui è iniziata un’altra cura, se possibile ancora più dolorosa di quelle delle settimane precedenti. Sono stata trattata con la VAC (Vacuum assisted closure: tecnica in grado di creare una pressione negativa controllata sulla sede della ferita attraverso una spugna di poliuretano, mentre un tubo connette lo strumento VAC con la spugna e drena i fluidi dalla ferita, ndr.). Quindi, venerdì 14 settembre sono stata sottoposta al mio quarto intervento, nel tentativo di effettuare i primi innesti di pelle per agevolare la chiusura delle ferite. Ma evidentemente i miei tessuti sono ancora troppo deboli, e soprattutto sulla caviglia l’innesto non ha attecchito.
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Ora come vedi il tuo futuro? Che cosa ti aspetti?
All’orizzonte c’è un quinto intervento chirurgico e, ovviamente, la concreta prospettiva di non poter più tornare a camminare. Ma non voglio vivere il mio futuro nell’ottica di quanto ho perso o rischio di perdere, bensì dal punto di vista degli impegni e delle scadenze che posso ancora rispettare e delle nuove strade ed esperienze che si possono aprire dinanzi a me.
Ottobre sarà un mese importante. Innanzitutto, grazie al supporto dei miei docenti, potrò regolarmente discutere la mia tesi di laurea. E poi… il 28 ottobre c’è la maratona di Venezia da correre!
La Maratona di Venezia? Come pensi di parteciparvi?
Questa è davvero una storia un po’ particolare. Dovevo correrla spingendo un disabile in carrozzella, con l’Asd Inix Sport di Luco dei Marsi che offre anche questo tipo di assistenza e servizio. Dopo quello che mi è accaduto, li ho contattati chiedendo loro se era possibile… invertire i ruoli: ora quella da spingere sono io! Ebbene, sono stati fantastici: uno spingitore si è messo a disposizione e così, a meno di imprevisti, sarò anch’io sulla griglia di partenza.
Di certo, ad attenderti c’è un running diverso da quello cui eri abituata…
Pur avendo praticato tantissimi sport (judo, kick boxing, perfino calcio a 11 femminile come ala destra!) il running è sempre stato parte della mia vita, ma negli anni il mio modo di viverlo è già cambiato tanto e tante volte. Ho iniziato all’età di 12 anni come velocista. Poi, un giorno, ad un meeting, la ragazza della mia squadra che doveva gareggiare in resistenza è stata male e io l’ho sostituita. Chiaramente, essendo abituata ad altri ritmi sono partita fortissimo, e sono crollata! Da quel momento, e negli anni seguenti, ho cercato di capire che cosa trovassero i podisti nel percorrere molti chilometri. E, poco a poco, le uscite di corsa sulle lunghe distanze sono diventate il vero momento per me stessa.
Mi sono abituata ad ascoltare il mio corpo, le mie sensazioni, senza guardare il crono. Ho anche ottenuto risultati soddisfacenti, ma, soprattutto dopo la nascita di mio figlio, hanno assunto più importanza altre soddisfazioni. Come aiutare i podisti più “amatoriali” a terminare una mezza o una maratona, semplicemente correndo accanto a loro. Oppure allenarmi correndo con Nathan in passeggino. O ancora prenderlo in braccio e tagliare con lui il traguardo in tutte le gare cui ho partecipato da sola perché sarebbero state troppo impegnative, oppure perché la presenza degli stroller runners non era ammessa.
Ecco, se ho un rammarico è quello di non aver mai corso una maratona con il mio piccolo in passeggino. Avrei voluto, e vorrei ancora, contribuire a sensibilizzare il mondo del running su questa disciplina.
Nel frattempo, abbiamo visto che in questi giorni è Nathan a spingere te…
Se non proprio a spingermi, di certo si diverte a gareggiare con me: lui sgambettando, io sulla sedia a rotelle… e mi batte! E non è tutto: ho perfino provato a giocare con lui a calcio, in casa, seppur con una gamba sola! Sono momenti stupendi, che si possono vivere soltanto se si impara ad accettare i propri limiti (anche quelli nuovi e incalcolati) ma al tempo stesso ci si tiene sempre mentalmente pronti a superarli.
C’è un aforisma che amo particolarmente: “Se non puoi camminare… cammina con il cuore”. Vedete, fino a poche settimane fa, i miei obiettivi sportivi erano rappresentati dalle tantissime gare che avevo in programma in questi mesi autunnali, e poi da quelle che mi avrebbero portato a correre l’edizione 2019 dei 100 km del Passatore, con Laura che mi avrebbe accompagnata in bicicletta.
Ora il mio sogno è quello di poter tornare a fare anche soltanto un chilometro. Ma sulle mie gambe.
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