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Camminare con i suoi piedini: il traguardo italiano del bimbo Saharawi

Posted byGianluca Palladino - Babyrun Project on 11.13.18

Dietro ad ogni genitore che corre spingendo un passeggino c’è una storia sportiva, familiare, umana, a suo modo unica e straordinaria. Dietro al 38enne Buchraia, che domenica 14 ottobre - al suo esordio come stroller runner - ha percorso tutti e 19 i chilometri della PadovaViva, c’è la storia di un papà arrivato appena pochi giorni prima in Italia con un solo traguardo negli occhi e nel cuore: regalare al figlioletto la possibilità di camminare come gli altri bambini.

Mohamed Moulud ha quasi tre anni, e fin dalla nascita deve convivere con il piede equino-varo-supinato: una malformazione congenita che lo ha colpito a tutti e due i piedini, i quali, essendo rivolti verso l’interno, gli impediscono, sostanzialmente, una deambulazione corretta. Nel nostro Paese, quello del piede torto non è un caso clinico irresolubile, e, anzi, si può correggere con apposite terapie e apparecchi gessati. Non altrettanto nei campi profughi Saharawi da dove viene il piccolo Momò (come è stato affettuosamente ribattezzato): aree in cui non mancano “soltanto” ortopedici e chirurghi, ma anche dispositivi medici, macchinari, apparecchiature, perfino medicinali.

L’odissea del popolo Saharawi

Per capire chi e che cosa abbia portato Buchraia e Mohamed in Italia, bisogna fare un salto indietro nel tempo di più di 40 anni: fino a quel 14 novembre 1975 quando la Spagna, al culmine del processo di decolonizzazione del Sahara Occidentale, e a dispetto del referendum di autodeterminazione del popolo che abitava quelle terre - invocato dall’Onu ma fortemente inviso al confinante Marocco - firmò gli accordi tripartito che di fatto avrebbero sancito la spartizione del territorio tra lo stesso Marocco (parte meridionale) e la Mauritania (parte settentrionale).

Se quest’ultima, meno di 4 anni dopo si sarebbe ritirata dalle zone occupate siglando un accordo di pace con la resistenza del Fronte Polisario (movimento oppositore dapprima della colonizzazione spagnola, e poi della nuova “invasione”, ndr.), di ben altra portata (e durata) fu l’occupazione militare da parte del Marocco, sfociata perfino nella costruzione di una catena di muri di sabbia con filo spinato e mine che a tutt’oggi dividono il Sahara Occidentale da nord a sud, così da garantirsi l’accesso esclusivo alle pescose coste atlantiche e a una terra ricca di fosfati. A seguito di quest’azione, una parte del popolo Saharawi restò nel territorio occupato dai marocchini, mentre oltre 200mila persone si rifugiarono nel deserto algerino in prossimità di Tindouf, dove ancora oggi vivono in campi profughi attualmente strutturati in 4 province (Wilayas), 25 comuni (Dairas) e 3 scuole residenziali.

mappa tratta da: limonenelverde.org

Ebbene, in una tenda di uno di quei campi, dove si continua ad attendere un referendum rimasto sostanzialmente in sospeso per 43 anni, abita il piccolo Momò, con il papà Buchraia, la mamma e tre fratelli più grandi. Una vita difficile. Tanto più per un bambino affetto da una duplice malformazione.

Però in Italia, anche in un periodo storico in cui l’accoglienza, la solidarietà, l’umanità stessa sembrano essere rimesse in discussione fino a vacillare, continuano a vivere ed ad operare persone con un cuore grande, immenso, come quelle che fanno parte delle tante associazioni che già da diversi decenni hanno sposato la causa Saharawi. Molte di esse sono di stanza in Toscana. Ma quella che si è presa carico di dare un futuro migliore a Mohamed e alla sua famiglia ha sede a Ponte San Nicolò, provincia di Padova; si chiama “1514 Oltre il Muro Onlus“, e ha due mission: sensibilizzare sulla scabrosa vicenda del popolo Saharawi, e, appunto, sostenere con specifici progetti queste persone che vivono in condizioni di disagio estremo.

Il progetto umanitario e l’arrivo in Italia di Momò

E qui, inizia ad entrare in scena anche il running. Il vice-presidente dell’associazione, infatti, è il podista Roberto Rubens Noviello: “Ho conosciuto la storia del popolo Saharawi quasi 10 anni fa, fa partecipando alla Sahara Marathon - racconta -. Da allora, è come se mi si fosse aperto un mondo nuovo. Ho scritto un libro (“La corsa verso il mare”, Unipress Edizioni, ndr.), ho iniziato a seguire progetti, finché, nel 2014, è nata la Onlus che nel suo nome contiene il numero della risoluzione Onu - 1514 - che consente a un popolo di autodeterminarsi”.

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Ne nascono innumerevoli iniziative. Tra queste, la vendita, in Italia, delle uova di Pasqua contenenti i monili realizzati nel laboratorio di ceramica creato nel campo profughi e interamente gestito da donne locali. Con i proventi, già 2 anni fa l’associazione riesce a portare in Italia e a far curare un bimbo, Salem, affetto sempre da piede torto. “In quel caso - precisa Rubens - il bambino era più grandicello”.

Con Mohamed, la sfida è un po’ più complessa. L’organizzazione della trasferta, il soggiorno in Italia, le cure, richiedono oltre 6 mesi e circa 10mila euro. “Di questi - spiega ancora il vice-presidente di 1514 Oltre il Muro Onlus - circa 2mila euro sono frutto di un contributo da parte della Regione. La quota restante, è stata raccolta proprio grazie alle uova e, soprattutto, alla solidarietà di chi le ha acquistate, tra cui tanti podisti che a vario titolo gravitano intorno all’associazione e sostengono le nostre attività. Per noi è motivo di orgoglio pensare che, in fondo, saranno i runners con i piedi buoni a far correre un bambino nel deserto”.

Prima che ciò possa accadere, in realtà, ci vorrà ancora del tempo. Dal suo arrivo in Italia, Mohamed è stato preso in cura dal dottor Cosimo Gigante, Direttore dell’Unità Semplice Dipartimentale (U.S.D.) di Ortopedia Pediatrica dell’Azienda Ospedaliera di Padova.

Ogni settimana, gli sono stati applicati dei gessi ai piedini, fino all’intervento, sostenuto martedì 13 novembre, e perfettamente riuscito! Ora, Mohamed dovrà tenere il gesso (questa volta fisso) ancora per un mesetto, prima del rientro in Africa (si presume a inizio 2019); quindi, portare dei tutori - almeno nottetempo - per 2-3 anni e fare un po’ di fisioterapia. Ma il primo passo, è proprio il caso di dirlo, è stato compiuto.

Quei 19 chilometri di stroller running alla PadovaViva

A dire il vero, di strada il piccolo Momò in Italia ne ha percorsa già tanta. A partire dai 19 km del tracciato più lungo della PadovaViva dello scorso 14 ottobre. “Io sono speaker della manifestazione e più in generale collaboro con il comitato organizzatore - racconta Rubens Noviello -. Così, parlando con Barbara Sturaro (vice-presidente del Comitato Il MarciaPadova e tesserata del Babyrun Stroller Running Team), che ne fa parte, ci è venuta quest’idea”.

Il resto lo hanno fatto due sponsor tecnici: Un Sesto Acca e Sanitaria Marzotto, che a Buchraia hanno fornito, rispettivamente, le scarpe da running e un passeggino Baby Jogger, E, ovviamente, la voglia di questo papà di mettersi in gioco con una disciplina come lo stroller running tutt’altro che abituale nella sua terra d’origine. È lui stesso a raccontarcelo, grazie al supporto del traduttore Lebib, che ringraziamo: “Nel campo profughi gioco spesso a calcio - spiega Buchraia -. Raramente, invece, corro, anche perché vorrei iniziare a farlo insieme a Mohamed, quando i suoi piedini glielo permetteranno. Sicuramente, però, non mi era mai capitato di correre con il passeggino. Quando mi è stato proposto, ho pensato: Questa deve essere una delle cose strane che fanno qui in Europa!. Però ho voluto provare, e alla fine mi sono convinto a percorrere addirittura i 19 km. È stato faticoso. Però mi è piaciuto”.

E, a quanto pare, la nuova esperienza ha divertito anche Mohamed! “Continuava a chiedermi: Dove andiamo? Io gli indicavo tutti i podisti intorno a noi e gli rispondevo: Vedrai, un giorno anche tu potrai correre come loro. Poi si è addormentato. Arrivare al traguardo non è stato facile. Ma l’ho vissuta come una missione: portare a termine qualcosa di nuovo è sempre emozionante, e dà soddisfazione. Di certo, un grande aiuto lo ha dato anche l’organizzazione della gara, che è stata perfetta”.

Ovviamente, però, il vero traguardo, per Buchraia è un altro. “La mia aspettativa principale è che il mio bambino possa camminare normalmente. In ogni caso, e comunque vada, non finirò mai di ringraziare chi ha organizzato questo progetto, chi ci ha portati qui, chi ci sta aiutando”.

Non è vero, dunque, che in Italia si sta facendo strada un clima da molti definito “razzista”? “Io posso parlare per quella che è la mia esperienza - puntualizza il papà Saharawi -. Fino ad ora abbiamo incontrato soltanto persone gentili e sensibili, che si preoccupano per noi, che mi chiedono come mai Mohamed abbia i piedini ingessati. Non abbiamo visto atteggiamenti di chiusura o di diffidenza nei nostri confronti”.

“Quindi, se ve ne fossero le condizioni e l’opportunità, ti piacerebbe vivere in Italia?”, gli chiediamo. Ma la sua risposta non è quella che, forse, molti si aspetterebbero. “In Africa ho sempre sentito parlare dell’Europa come un luogo libero, democratico. E per quanto riguarda l’Italia, sicuramente ci ha riservato una bella accoglienza. Ma, a meno di non esserne costretti, la propria terra non si abbandona mai. Lì ci sono le tue radici, la tua famiglia, la tua gente. E c’è ancora una causa giusta per la quale battersi. È tutta la vita che viviamo in un campo profughi. Ora, quello che voglio, quello che il nostro popolo vuole, non è altro che poter tornare nella nostra terra. Poter tornare a casa”.

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Category: Personaggio del mese Tags: correre con passeggino, corsa con passeggino, papà, passeggino da corsa, stroller running

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